Quando si parla di Nakba, che in arabo significa letteralmente catastrofe, la memoria storica ci riporta immediatamente al 1948. In quell’anno, in concomitanza con la nascita dello Stato di Israele, oltre settecentomila palestinesi furono cacciati dalle loro case o costretti a fuggire, vedendo i propri villaggi rasi al suolo e le proprie vite completamente sradicate. Quello che la narrazione mainstream tende a dimenticare, o a nascondere sotto il tappeto della propaganda, è che la Nakba non è stato un evento isolato, un capitolo di storia da chiudere. È un processo continuo, una ferita aperta che sanguina da quasi ottant’anni senza sosta.
Per capire come si sia arrivati alla violenza che vediamo oggi, nel 2026, è impossibile non fare i conti con la figura di Benjamin Netanyahu. Bibi ha cambiato profondamente il volto del suo Paese, traghettandolo verso le posizioni più nazionaliste della sua storia, governando in alleanza con i ministri di estrema destra Bezalel Smotrich, oggi ministro delle Finanze, ed Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza nazionale. Entrambi sono ex leader del movimento dei coloni e sostenitori dichiarati dell’annessione totale della Cisgiordania a Israele.
E qui non si parla di sensazioni, ma di numeri precisi. Negli ultimi tre anni il governo Netanyahu ha approvato 69 nuovi insediamenti in Cisgiordania, portando il totale a 210 colonie riconosciute, quasi il 50% in più rispetto al 2022. Solo nel 2025 sono state autorizzate quasi 28.000 nuove unità abitative per i coloni, il numero più alto mai registrato in un solo anno. I fondi destinati a questa espansione sono più che raddoppiati in tre anni.
Sull’altro fronte, nello stesso periodo, le autorità israeliane hanno demolito oltre 3.400 abitazioni palestinesi nella cosiddetta Area C, la porzione della Cisgiordania che dagli accordi di Oslo degli anni Novanta dovrebbe restare sotto pieno controllo israeliano solo in via temporanea, in attesa di essere ceduta ai palestinesi. Cosa che non è mai successa. In quell’area, quasi 6.000 persone, in gran parte famiglie beduine e pastori, sono state sfollate con la forza dalle proprie terre.
Smotrich, parlando proprio di questa espansione, lo ha detto senza giri di parole: ogni insediamento è “un altro chiodo nella bara” dell’idea di uno Stato palestinese. Netanyahu stesso, visitando una colonia in Cisgiordania nel settembre 2025, ha dichiarato che non ci sarà mai uno Stato palestinese, promettendo di raddoppiare la popolazione di quell’insediamento. Pochi mesi dopo è arrivata l’approvazione finale del progetto E1, un piano di colonizzazione che taglia il collegamento territoriale tra le città palestinesi di Ramallah e Betlemme, condannato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia come violazione del diritto internazionale.
Quello che sta accadendo oggi nella Striscia e in Cisgiordania non è una semplice risposta militare a una minaccia. È, per come la vedo io, la continuazione della stessa logica iniziata nel 1948: rendere impossibile, pezzo dopo pezzo, ettaro dopo ettaro, l’esistenza di uno Stato palestinese. Amnesty International ha definito quello che accade nell’Area C una vera e propria pulizia etnica, chiedendo sanzioni dirette contro Netanyahu e i suoi ministri più radicali.
E noi cosa facciamo? Guardiamo. Guardiamo mentre tutto viene smontato pezzo per pezzo, in attesa che qualcuno, da qualche parte, decida finalmente di intervenire sul serio. Ma non cambia mai nulla. Stiamo andando alla deriva, e lo facciamo girandoci dall’altra parte, perché dietro a questo silenzio ci sono interessi che nessuno vuole davvero toccare. Chi prova a intervenire si trova le mani legate, bloccato da equilibri economici e diplomatici che pesano più di qualsiasi vita umana. E così la storia continua a ripetersi, con la differenza che oggi possiamo vederla in diretta, e fingere di non saperlo non è più una scusa valida.