Nel 2013 Edward Snowden rivelò al mondo la portata delle attività di sorveglianza globale condotte dall’NSA americana. Fu uno shock. Da quel momento i governi europei iniziarono a porsi una domanda scomoda: fino a che punto i nostri dati, le nostre infrastrutture e la nostra tecnologia dipendono da potenze straniere? La risposta era, ed è ancora, preoccupante.
GAIA-X: il sogno di un cloud europeo
La risposta più ambiziosa si chiama GAIA-X, progetto lanciato nel 2019 da Francia e Germania per creare un’infrastruttura cloud europea sicura, trasparente e conforme ai valori europei sulla protezione dei dati. L’obiettivo è costruire un ecosistema in cui le imprese europee possano collaborare senza dipendere da Amazon Web Services, Google Cloud o Microsoft Azure. Ad oggi il progetto esiste, cresce, ma fatica a imporsi come alternativa reale ai giganti americani.
Parallelamente, il programma Horizon Europe finanzia ricerca e innovazione tecnologica, mentre l’European Digital Strategy cerca di garantire all’Europa un ruolo competitivo nelle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale, il quantum computing e il 5G.
Le regole che l’Europa ha già scritto
Sul fronte normativo l’Europa ha fatto di più e meglio di qualsiasi altra potenza mondiale. Il GDPR, in vigore dal 2018, ha ridefinito gli standard globali sulla privacy dei dati, costringendo anche le grandi piattaforme americane ad adeguarsi. Il Digital Services Act e il Digital Markets Act, entrati in vigore tra il 2023 e il 2024, regolamentano le grandi piattaforme digitali e contrastano le pratiche anticoncorrenziali. Sono leggi con i denti: Meta, Google e Apple hanno già ricevuto sanzioni miliardarie.
Il nodo economico
L’indipendenza tecnologica ha un costo enorme. Sviluppare infrastrutture competitive richiede investimenti che i singoli stati faticano a sostenere. Il progetto EuroHPC, la rete europea di supercomputer ad alte prestazioni, è un passo nella direzione giusta, ma il divario con America e Cina resta significativo. Le start-up europee crescono, ma raramente raggiungono le dimensioni dei colossi d’oltreoceano. I capitali di rischio in Europa sono ancora troppo timidi rispetto alla Silicon Valley.
Chi si oppone e perché
Le resistenze non mancano. Google, Amazon e Microsoft hanno uffici di lobbying tra i più potenti a Bruxelles e non intendono perdere il mercato europeo senza combattere. Gli Stati Uniti guardano con sospetto alle politiche europee, temendo effetti protezionistici. Persino alcune imprese europee globalizzate preferiscono le tecnologie americane, più mature, più integrate, più economiche nel breve termine.
C’è poi il problema interno: i 27 stati membri hanno interessi spesso divergenti. Trovare un consenso su politiche tecnologiche comuni è lento, faticoso, burocratico. E nel digitale, la lentezza è un lusso che non ci si può permettere.
Protezionismo o sopravvivenza?
La domanda vera è questa: l’Europa sta costruendo muri o strade? La sovranità digitale non dovrebbe significare isolamento, ma capacità di scelta. Non dipendere da un unico fornitore straniero per le infrastrutture critiche, sanità, energia, difesa, finanza, non è protezionismo. È buonsenso strategico.
Il modello ideale non è la chiusura, ma l’equilibrio: tecnologie europee competitive dove possibile, collaborazione internazionale dove necessario, regole chiare per tutti. L’Europa ha già dimostrato di saper scrivere le regole del gioco digitale. La sfida ora è costruire anche i giocatori.
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