Il 1° febbraio 2021 le forze armate birmane hanno preso il potere con un colpo di stato, arrestato Aung San Suu Kyi e spento la più fragile delle democrazie asiatiche. Da allora sono passati cinque anni. Il Myanmar — o Birmania, i nomi sono intercambiabili — è diventato uno di quei conflitti che non fanno notizia perché non conviene farli fare. Eppure quello che accade lì è una delle crisi umanitarie più gravi del pianeta in questo momento.
Oltre 3,5 milioni di persone su una popolazione di circa 55 milioni sono sfollati interni. Vivono in campi informali, con accesso limitato a cibo, acqua, cure mediche. Un terzo della popolazione è in condizioni di emergenza. Istruzione, sanità, economia: collassate in intere regioni del paese. Non è un numero astratto — è una nazione che si sta sgretolando dall’interno mentre il resto del mondo guarda da un’altra parte.
Sul campo, il conflitto non è una classica dittatura contro il popolo. È un paese spezzato. Secondo un’analisi della BBC basata su dati di organizzazioni locali, circa il 21% del territorio è controllato dalla giunta militare, mentre il 42% è in mano alle forze della resistenza e alle milizie etniche. Decine di gruppi, con storie e obiettivi diversi, che combattono il regime ma non sempre si coordinano tra loro. Una guerra di logoramento senza un vincitore in vista.
La giunta mantiene la superiorità aerea e continua ad acquistare elicotteri d’attacco, caccia e droni da Russia e Cina. Gli attacchi colpiscono le forze ribelli ma devastano soprattutto i civili. I villaggi vengono bombardati. I giovani fuggono dai territori controllati dall’esercito piuttosto che rispettare la leva obbligatoria reintrodotta nel 2024. Chi può scappa. Chi non può, resiste o muore.
Tra fine 2025 e inizio 2026 si sono tenute le prime elezioni politiche dal golpe. Risultato: il 90% dei consensi al partito del regime, l’Union Solidarity and Development Party. Boicottate dal governo civile in esilio, contestate dalla comunità internazionale, definite apertamente una farsa dalle organizzazioni etniche armate. Si sono tenute lo stesso. Perché quando hai i fucili, puoi permetterti di chiamare “elezioni” quello che vuoi.
La Cina gioca su più tavoli — sostiene formalmente la giunta ma ha mediato accordi di cessate il fuoco con alcune milizie al confine, preoccupata soprattutto di proteggere i propri corridoi economici. Non vuole la vittoria totale dei militari né il collasso dello stato: vuole stabilità ai suoi confini. Democrazia o diritti umani non rientrano nel calcolo. Per approfondire le dinamiche regionali, il sito Crisis Group pubblica analisi aggiornate tra le più serie disponibili.
Russia e Cina bloccano ogni risoluzione seria all’ONU. Gli Stati Uniti e l’Europa impongono sanzioni ma non si muovono. Il mondo è preso dall’Ucraina, dal Medio Oriente, dalle proprie crisi interne. Il Myanmar non ha petrolio strategico da proteggere, non ha un’alleanza NATO da difendere, non ha un hashtag che rimane virale. Alcune guerre fanno notizia perché è conveniente. Altre vengono dimenticate perché è più comodo così.
Il Myanmar è nella seconda categoria. Ricordarlo, almeno questo, è il minimo che possiamo fare.
Per chi vuole restare informato: Myanmar Now è uno dei pochi media indipendenti birmani ancora attivi, spesso costretto a operare dall’estero.