Il bullismo è una forma di oppressione psicologica, volontaria e sistematica. Chi ne è vittima si trova spesso già in un periodo difficile della propria vita, e le conseguenze colpiscono sia la salute fisica che quella mentale. I numeri parlano chiaro: secondo il Mobbing-Report 2024 del Ministero federale del Lavoro tedesco, circa il 6,5% dei lavoratori dipendenti in Germania subisce mobbing da parte di colleghi o superiori. Una percentuale che sale all’11,4% tra i giovani tra i 18 e i 29 anni.
Il bullismo non conosce confini.
Lo troviamo sul lavoro, a scuola, nel settore pubblico, in sanità, persino nel proprio quartiere. Le forme cambiano a seconda del contesto, ma la sostanza resta la stessa: qualcuno decide deliberatamente di rendere la vita impossibile a qualcun altro. Quando a farlo è un collega si parla di mobbing, quando è il proprio capo il termine corretto è bossing.
Per essere classificata come vittima di mobbing, la persona deve subire attacchi almeno una volta a settimana per un periodo minimo di sei mesi. I metodi sono tanti: discriminazione, commenti inadeguati, critiche continue al lavoro anche quando tutto fila liscio, silenzi prolungati, isolamento forzato. Spesso si smette semplicemente di parlare con la vittima, oppure si amplificano volutamente piccoli errori che in condizioni normali nessuno noterebbe.
Le vittime del mobbing vengono private del diritto di esprimersi liberamente. In molti casi vengono costrette a lavorare nel silenzio assoluto, anche quando i colleghi sono a venti centimetri di distanza. E con il lavoro da remoto e i sistemi di controllo digitale, la situazione non è migliorata, anzi: ho conosciuto casi in cui il controllo passava direttamente dalle webcam installate in postazione.
Da qualche anno si parla anche di straining, una forma di bullismo più sottile ma altrettanto devastante. Funziona sull’emarginazione e sulla disinformazione: si esclude la vittima, la si tiene fuori dal loop, la si taglia fuori dalle dinamiche di gruppo. Chi la mette in atto ha spesso problemi seri di autostima e teme di perdere la propria posizione da un momento all’altro. Da lì nasce l’ipercontrollo. Non si può più parlare liberamente, si è sempre sotto osservazione, e anche un semplice sospiro può diventare motivo di scontro.
Il bullo ha un arsenale ampio: togliere il saluto, storcere il naso davanti a una battuta o a un accento straniero, deridere aspetti della vita privata scovati sui social. Ho conosciuto persone finite in uno stato di tensione nervosa cronica dopo mesi di questo trattamento. La regola del “il lavoro è lavoro e il privato è privato” non esiste più, almeno non per chi subisce questo tipo di pressione. 22Ostacolare le ferie, isolare la persona impedendole di costruire relazioni sane coi colleghi, ripetere le frasi altrui distorcendone il senso: sono tutti meccanismi studiati per logorare. E funzionano, perché chi li subisce raramente riesce a vedere dall’esterno cosa gli sta succedendo. Se vuoi capire meglio come funziona questo fenomeno dal punto di vista psicologico e legale, la pagina Wikipedia sul mobbing è un buon punto di partenza.
Essere vittima di bullismo non porta da nessuna parte. Porta insonnia, depressione, instabilità psicologica, un malessere che si porta a casa ogni sera. Nessuno merita di finire in un telegiornale per un giorno e poi essere dimenticato.
Se sei vittima di bullismo, reagisci. Non importa dove lavori o dove vivi: questa è la tua vita. Se perdere un lavoro significa ritrovare la serenità, ben venga.