Parlare di sionismo significa toccare uno dei temi più densi e complessi della storia moderna. Non è un argomento per chi vuole risposte semplici o vuole sentirsi dire che ha ragione. È un tema che richiede onestà, anche quando fa male.
Il sionismo nasce alla fine dell’Ottocento come movimento politico con un obiettivo preciso: dare al popolo ebraico una patria. L’idea era creare uno Stato in Palestina, considerata la loro terra d’origine, per permettere agli ebrei di vivere in sicurezza e con una propria identità nazionale, dopo secoli di persecuzioni in Europa. Per molte persone, il sionismo rappresenta ancora oggi il legame profondo tra un popolo e la sua terra, sia dal punto di vista storico che spirituale. È l’idea del ritorno, l’Aliyah. La rinascita della lingua ebraica, della cultura, di un’identità collettiva quasi cancellata da secoli di diaspora.
Quando si entra nel territorio del conflitto e delle critiche, però, il quadro cambia radicalmente. Per chi lo sostiene, il sionismo è un movimento legittimo di liberazione nazionale. Per i critici, in particolare nel mondo arabo e palestinese, è invece visto come un progetto coloniale che ha causato la Nakba, la catastrofe del 1948, con l’espulsione e lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di palestinesi dalla loro terra. Due narrative opposte, entrambe radicate nel dolore, entrambe convinte di avere ragione. Ed è esattamente questo il problema.
Esistono almeno due anime del sionismo che vale la pena distinguere. Il sionismo liberale sostiene uno Stato ebraico e democratico, spesso favorevole a una soluzione basata su due popoli e due stati, cercando un equilibrio tra identità nazionale ed etica democratica. Il sionismo religioso e nazionalista, invece, interpreta il diritto sulla terra come qualcosa di divino e assoluto, esteso a tutto il territorio tra il Giordano e il mare, e spinge per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Questa seconda visione è quella più radicale, quella che concretizza la cancellazione sistematica di un altro popolo. Senza giri di parole: genocidio, intimidazione e carestia vengono usati come strumenti. Non come effetti collaterali, come metodi.
Parallelamente si sta diffondendo sempre di più l’antisionismo, che non si limita a criticare le politiche del governo israeliano, ma mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato di Israele. Qui il confine si fa sottile e pericoloso, perché distinguere tra critica politica legittima e antisemitismo diventa complicato, e spesso quella distinzione viene ignorata da entrambe le parti per convenienza.
Non si può parlare di sionismo nel 2026 senza guardare in faccia quello che sta succedendo a Gaza. Centinaia di migliaia di vittime civili, migliaia di bambini morti, infrastrutture vitali come ospedali, scuole e abitazioni ridotte a macerie. Per molti, quello che sta avvenendo non è più difesa ma una violenza sproporzionata, progettata per rendere quella terra inabitabile. Per i palestinesi è la continuazione diretta della Nakba del 1948: il sionismo come ideologia che, per affermarsi, richiede la cancellazione o l’espulsione dell’altro, attraverso il blocco degli aiuti, la fame forzata e i bombardamenti sistematici.
Israele è stato accusato in sedi internazionali di crimini gravissimi, tra cui il genocidio. La Corte Penale Internazionale, attiva dal 2002 con sede all’Aia, è l’organo competente a giudicare le persone fisiche accusate di crimini contro l’umanità: sterminio, deportazione, tortura, violenze sistematiche contro popolazioni civili. Tra i nomi che circolano in questo contesto ci sono quelli di Netanyahu, Putin, Trump, Maduro. Non per fare di tutta l’erba un fascio, ma per chiarire che i crimini contro l’umanità non hanno bandiera.
Tutti puntano il dito contro Benjamin Netanyahu, e in parte è comprensibile. Ma lui rappresenta un sistema molto più ampio, e ridurre tutto a un uomo solo è un modo comodo per non vedere il resto. Gli dedicherò un articolo a parte, perché merita un’analisi separata. Quello che vedo guardando Gaza non è un conflitto politico astratto. È una tragedia umana di proporzioni enormi. Famiglie, generazioni intere colpite. Una forza militare che, nel tentativo di garantire sicurezza, produce distruzione su scala industriale. E una comunità internazionale che, per interessi geopolitici, lascia che tutto questo continui senza intervenire davvero.
La responsabilità è condivisa. Di una leadership israeliana che ha scelto la forza come risposta principale. Di una parte palestinese che ha risposto con la violenza. E di un sistema internazionale che guarda, commenta, condanna a parole, e poi non fa nulla di concreto. In questo contesto, il sionismo viene interpretato in modi radicalmente diversi: per alcuni resta una necessità storica e una questione di sopravvivenza, per altri è diventato parte centrale del problema.
Tu che ne pensi? Seguini e scrivimi nei commenti, mi interessa sapere come la vedi.