Potreste mai accettare di indossare un braccialetto elettronico al lavoro? Non per monitorare la vostra salute, ma per tenere sotto controllo ogni vostro movimento, ogni pausa, ogni secondo di “inefficienza”. Se la risposta è no, sappiate che in molti posti del mondo questo sta già succedendo, e da tempo.
Nel 2017, quando scrissi per la prima volta di questo argomento, sembrava ancora qualcosa di lontano. Il Guardian aveva denunciato l’uso di questi dispositivi nei magazzini di grandi catene inglesi come Tesco, Sainsbury, Boots, Asda e Marks and Spencer. Il sistema era semplice e brutale: un microchip collegato al server aziendale istruiva il lavoratore in ogni fase della sua mansione, registrava le pause non autorizzate, calcolava i tempi con precisione matematica. Un Grande Fratello sul posto di lavoro, camuffato da strumento per l’efficienza.
Da allora le cose sono peggiorate. Il caso più noto è quello di Amazon, che ha brevettato braccialetti in grado di tracciare i movimenti dei magazzinieri in tempo reale e di inviare vibrazioni quando il lavoratore prende un oggetto dallo scaffale sbagliato. Hanno database interni che stilano statistiche sui lavoratori e ne delineano i profili includendo anche informazioni private carpite in modi “alternativi”. I sindacati inglesi avevano già documentato nel 2017 un’ondata di dimissioni nei magazzini dove questi sistemi erano stati introdotti. Le persone lasciavano il lavoro dopo pochi giorni, non per la fatica fisica, ma per la pressione psicologica di essere monitorate in modo continuo. Amazon continua ad espandere i suoi magazzini automatizzati in tutta Europa.
Tutta la tecnologia nel frattempo si è evoluta in modo inquietante. I dispositivi indossabili oggi sono in grado di rilevare il ritmo cardiaco, il livello di stress, la pressione arteriosa, la qualità del sonno e persino la geo-localizzazione in tempo reale. Le aziende li presentano come strumenti per la sicurezza sul lavoro. In parte è vero. Ma il confine tra sicurezza e sorveglianza è sottile, e in molti casi già superato.
L’Unione Europea si è mossa, almeno sulla carta. L’AI Act, approvato dal Parlamento Europeo nel marzo 2024, vieta esplicitamente i sistemi che misurano le condizioni emotive dei lavoratori per valutarne la produttività, inclusi braccialetti e badge di questo tipo. È un passo avanti. Ma le leggi arrivano sempre dopo la tecnologia, e nel frattempo le aziende trovano il modo di aggirarle o di operare in zone grigie dove nessuno controlla davvero. Le aziende continuano a ripetere la stessa giustificazione: maggiore efficienza, riduzione dei furti, sicurezza sul lavoro. Sono argomenti validi in astratto. Il problema è che vengono usati per coprire qualcosa di molto più semplice: il controllo totale sulla forza lavoro. E finché i lavoratori avranno bisogno di uno stipendio, avranno difficoltà a dire no.
Nella mia esperienza lavorativa in Germania ho visto forme di controllo che sarebbero apparse incredibili anche “ai confini della realtà”.
Si parte dalla mancanza di comunicazione e si arriva alle videocamere con visione a 360 gradi, scarpe da lavoro differenti tra lavoratori con contratto a termine o determinato. Sistemi di badge in/out per monitorare tutti gli spostamenti. Non parliamo di braccialetti elettronici, ma la sostanza non cambia. Il messaggio che passa è sempre lo stesso: “Dimostraci che sei un lavoratore esemplare”.
Il problema non è solo la privacy. È lo stress e l’ansia cronica che questo tipo di controllo genera e spesso il cambiamento ti rende schiavo togliendoti l’ultimo bricciolo di energia vitale.
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