Vivendo in Germania da anni ho imparato che qui le sorprese fiscali non finiscono mai. C’è una tassa per quasi tutto, alcune si possono evitare, altre ti piombano addosso senza che tu te lo aspetti. Una di quelle che ha fatto più discutere, soprattutto tra gli italiani appena arrivati, è la Kirchensteuer, ovvero la tassa sulla Chiesa.
Il meccanismo è semplice. Quando ti registri come residente in Germania, ti chiedono la religione di appartenenza. Se scrivi “cattolico”, o anche solo se sei battezzato, scatta automaticamente un’imposta sul reddito che va direttamente nelle casse della Chiesa. L’aliquota è tra l’8% in Baviera e nel Baden-Württemberg e il 9% nel resto della Germania, calcolata non sul reddito lordo ma sull’imposta sul reddito già pagata allo Stato. Non è spicciola.
La tassa esiste dal 1827 ed è ancorata alla Costituzione tedesca. Lo scopo dichiarato è finanziare le attività delle comunità religiose, pagare i salari del personale ecclesiastico e sostenere progetti sociali. In teoria nobile. In pratica, nel 2023 la sola Chiesa cattolica tedesca ha incassato oltre 6,5 miliardi di euro attraverso questo sistema. Non male per un’istituzione che predica la povertà.
Chi decide di non pagare ha il diritto di uscire dalla lista dei fedeli, il cosiddetto Kirchenaustritt. Bisogna presentarsi di persona all’Amtsgericht, il tribunale locale, con documento d’identità e certificato di residenza, e compilare il modulo di uscita. Non serve dare spiegazioni. Si paga una tassa amministrativa tra i 25 e i 60 euro a seconda del Land, e da quel momento la trattenuta sparisce dalla busta paga. Niente posta, niente email: solo di persona.
Il numero di chi sceglie questa strada cresce ogni anno. Ogni anno oltre 500.000 persone escono ufficialmente dalla Chiesa in Germania per non pagare più la Kirchensteuer. Nel solo 2022, 523.000 cattolici hanno lasciato la Chiesa tedesca, e il 68% dei cristiani vorrebbe abolire questa tassa del tutto. Non è solo una questione economica. Molti se ne vanno per protesta, per disapprovazione nei confronti di come la Chiesa gestisce certi scandali, per il senso di dover pagare per una fede che dovrebbe essere libera.
Il punto che trovo più assurdo di tutto questo sistema è la conseguenza di chi smette di pagare. Se esci dalla lista, la Chiesa ti toglie tutto: comunione, confessione, matrimonio religioso, estrema unzione e, alla fine, anche il funerale secondo il rito cattolico. Anche se hai creduto e praticato per tutta la vita. Anche se sei anziano e ti ritrovi a dover scegliere tra le bollette e il diritto a una sepoltura cristiana. Salvo, spiegano i vescovi, che il defunto non abbia mostrato qualche segno di redenzione prima di morire.
Gesù diceva di amare il prossimo. La Chiesa tedesca dice: prima paga, poi parliamo.
Io vengo da un paese dove la Chiesa è ovunque, fa parte della cultura, della storia, del paesaggio. Non ho niente contro chi crede. Ma confondere la fede con un abbonamento mensile mi ha sempre lasciato perplesso. Qui in Germania lo capisce chiunque appena riceve la prima busta paga e vede quella trattenuta in calce, senza che nessuno glielo avesse detto prima.