Chi ha rotto il Medio Oriente e perché?

Ogni volta che vedi le immagini di Gaza, della Cisgiordania, dell’Iraq o della Siria, probabilmente ti chiedi come si è arrivati a questo punto. La risposta non sta negli ultimi anni, e nemmeno negli ultimi decenni. Sta in quello che è successo tra il 1915 e il 1947, quando un pugno di diplomatici europei ha ridisegnato il Medio Oriente a tavolino, pensando solo ai propri interessi e ignorando completamente chi ci viveva.

Per capire tutto, devi sapere che in quella regione si stavano sviluppando due movimenti nazionali paralleli, entrambi legittimi, entrambi con ragioni storiche solide. Da una parte c’erano gli ebrei europei, che da secoli subivano persecuzioni, pogrom, discriminazioni. Theodor Herzl, un giornalista austriaco, aveva avuto un’idea semplice quanto rivoluzionaria: gli ebrei avevano bisogno di uno Stato loro, un posto dove essere al sicuro una volta per tutte. La Palestina, terra di origine storica e spirituale, era la destinazione naturale. Questo movimento si chiamava sionismo, e non era un capriccio politico, era una risposta disperata a secoli di violenze subite in Europa. Dall’altra parte c’erano gli arabi, che da secoli vivevano sotto il dominio dell’Impero Ottomano, cioè i turchi. Anche loro volevano l’indipendenza, il proprio Stato, il diritto di decidere del proprio futuro. L’emiro Faisal era il leader militare di questo movimento, un uomo colto e carismatico che sognava un grande Stato arabo moderno e unificato.

Durante la Prima Guerra Mondiale, gli inglesi avevano un disperato bisogno di alleati. E per ottenerli, hanno fatto una cosa semplicissima: hanno promesso la stessa cosa a persone diverse. Prima hanno scritto agli arabi dicendo, più o meno, “ribellatevi ai turchi e vi garantiamo uno Stato indipendente, Palestina compresa”. Gli arabi ci hanno creduto, sono insorti, hanno combattuto e sono morti per quella promessa. Poi, in segreto, gli inglesi si sono seduti con i francesi e si sono spartiti la stessa regione con un righello su una mappa attraverso il cosiddetto Accordo Sykes-Picot, come se le persone che ci vivevano non esistessero. Infine hanno scritto una lettera al movimento ebraico, la famosa Dichiarazione Balfour del 1917, promettendo il loro supporto per la creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. Stesso territorio, tre promesse diverse, tre destinatari diversi. Un capolavoro di doppiezza.

La fine della guerra svelò tutto. I russi, appena fatta la rivoluzione bolscevica, trovarono i documenti segreti dell’accordo tra inglesi e francesi e li pubblicarono sui giornali. Gli arabi capirono di essere stati traditi. Il sangue versato in battaglia era stato ripagato con carta straccia. Da quel momento, la fiducia del mondo arabo verso l’Occidente non si è mai davvero ricomposta, e forse è difficile dargli torto.

Nel dopoguerra, la Gran Bretagna ottenne dalla neonata Società delle Nazioni il controllo della Palestina, quello che si chiamava il Mandato. Doveva essere una gestione temporanea in attesa di trovare una soluzione. In realtà fu trent’anni di gestione caotica e ipocrita di una situazione impossibile. Da un lato arrivavano ebrei dall’Europa, sempre di più, soprattutto dopo che Hitler salì al potere nel 1933 e lo sterminio degli ebrei diventò realtà concreta. Avevano bisogno di un posto dove andare, e la Palestina era l’unica opzione reale. Dall’altro lato, gli arabi palestinesi vedevano la propria terra cambiare demograficamente anno dopo anno, senza che nessuno li consultasse. Le tensioni sfociarono in violenze sempre più gravi, nel 1920, nel 1921, nel 1929, fino alla Grande Rivolta Araba del 1936, repressa duramente dagli inglesi.

Nel 1939, con la Seconda Guerra Mondiale in arrivo, la Gran Bretagna fece l’ennesimo voltafaccia. Per tenere buono il mondo arabo e non rischiare che si alleasse con Hitler, bloccò quasi completamente l’immigrazione ebraica in Palestina. Il tempismo era agghiacciante: proprio mentre in Europa si stavano aprendo i cancelli dei campi di sterminio, gli inglesi chiudevano l’unica porta di uscita possibile per milioni di ebrei.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la rivelazione dell’Olocausto, il mondo intero capì che uno Stato ebraico non era più rinviabile. Ma la Gran Bretagna era ormai a pezzi, economicamente e militarmente. Non riusciva più a gestire la situazione in Palestina, dove sia gli arabi che gli ebrei la combattevano apertamente. Nel 1946 un gruppo paramilitare ebraico fece saltare in aria l‘Hotel King David a Gerusalemme, il quartier generale britannico, uccidendo 91 persone. Gli inglesi a quel punto mollarono tutto e rimisero la questione alle Nazioni Unite.

Il 29 novembre 1947 l’ONU votò la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. La leadership ebraica accettò. Gli arabi no, perché dal loro punto di vista significava perdere buona parte di una terra su cui vivevano da generazioni a favore di persone arrivate negli ultimi decenni. Il giorno dopo scoppiò la guerra civile. E quello che seguì fu la Nakba, la catastrofe: circa 700.000 palestinesi furono espulsi o costretti a fuggire dalle loro case, interi villaggi svuotati con la forza, famiglie disperse per sempre. Israele impedì qualsiasi diritto al ritorno. Quella ferita non si è mai chiusa, e non è difficile capire perché.

La responsabilità di quello che è successo non sta nelle aspirazioni degli ebrei o degli arabi, che avevano entrambi le loro ragioni. Sta in quello che ha fatto la Gran Bretagna: ha usato i sogni di due popoli come pedine di una partita a scacchi, ha fatto promesse che sapeva di non poter mantenere, ha gestito trent’anni di Mandato dividendo invece di costruire, e alla fine ha abbandonato tutto nel momento peggiore, lasciando che fosse la forza militare a decidere chi aveva ragione.

Siamo nel 2026 e mentre scrivo, Gaza è in gran parte distrutta. Ospedali, scuole, abitazioni: macerie. Il numero di vittime civili, tra cui migliaia di bambini, è una cifra che la coscienza fatica ad elaborare. La comunità internazionale discute, vota risoluzioni, condanna. E poi non fa nulla di concreto. La storia si ripete con una precisione inquietante: le grosse potenze che dal 1947 hanno abbandonato la Palestina al suo destino sono oggi le stesse che guardano dall’altra parte o forniscono armi a chi bombarda.

Non è un conflitto nato dal nulla. È il risultato diretto di promesse tradite, confini tracciati con il righello e interessi imperiali mascherati da diritto internazionale.

Ricordate: “L’ignoranza non è un alibi e non fermeremo le guerre semplicemente parlandone, ma servirà a trasmettere e mantenere viva la verità storica”.

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